Nell’Italia democristiana e cattolica dei primi anni ’50, Teodora, insegnante per vocazione alla soglia dei trent’anni, vive da sola e non rinuncia a inseguire i suoi sogni anticonformisti di indipendenza. Da nonna Iris ha ereditato una sapienza antica, che la lega alla magia della natura e all’ancestrale potere del femminile e allo stesso tempo la turba, facendola dubitare di saper gestire quella potenzialità. Con la sua audacia, tuttavia, riuscirà a evitare un clamoroso errore giudiziario in merito a un evento dai contorni misteriosi accaduto in città: sarà l’occasione perfetta per sperimentare i suoi doni e per interrogarsi sul futuro che desidera

Il dono di Iris (Robin Edizioni, 2024)

Buongiorno Flavia e grazie per voler condividere alcune curiosità sul suo ultimo romanzo. Come nasce Il dono di Iris e quale è stata l’ispirazione principale da cui è scaturita la storia?

Ho sentito spesso gli scrittori parlare dei propri personaggi come di creature dotate di una vita propria, e l’ho sempre trovata un’affermazione un po’ sopra le righe. Invece, con Teodora, la mia protagonista, è stato proprio così: lei è venuta a trovarmi alla fine della pandemia, forse frutto di un certo bisogno di leggerezza, e me la sono ritrovata nella mente già del tutto formata, con un’immagine e un carattere definiti, piuttosto insistente nell’attirare la mia attenzione.

Ci siamo piaciute, e ho iniziato a scrivere di lei. Il tempo della sua storia, gli anni Cinquanta del Novecento, mi ha permesso di rovistare fra i ricordi di mia madre e di mia nonna, le foto, le storie di famiglia, per costruire il contesto. Il mio intento era un racconto lieve, fiabesco, e grande è stato il mio stupore quando il giudizio professionale dei primi lettori è stato invece molto diverso, con aggettivi come “potente e significativo” e ancor di più mi ha meravigliato la scelta dell’editore Robin di pubblicare il romanzo nella collana Le Giraffe, quelle che “si nutrono dei fogli più alti”. Non posso che esserne lusingata. Del resto è sempre difficile giudicare le proprie creature. In ogni caso, spero che una cosa non escluda l’altra, perché lieve e potente insieme sarebbe perfetto.

A quale genere letterario appartiene il romanzo?

Sicuramente non a uno solo. Con i generi letterari me la cavo malissimo, perché non mi pare così necessario mettere etichette: capisco che la classificazione possa orientare i lettori, ma i libri che leggo, (tanti, perché sono una lettrice accanita) raramente si possono inserire in un genere specifico. E così anche per “Il dono di Iris”. È un po’ romanzo di formazione, perché segue l’evoluzione personale della giovane protagonista; c’è una vena di giallo, con omicidio e conseguente indagine; c’è una pennellata di realismo magico, nel retaggio di streghe ereditato da nonna Iris, c’è un tratto di critica sociale, in particolare per la condizione femminile dell’epoca; insomma, credo ci siano diverse contaminazioni. Una mia lettrice affettuosa (e sicuramente di parte) l’ha definito un mix di rosa e noir: non so se è una definizione precisa, forse descrive più l’atmosfera che il contenuto, ma mi piace e la sottoscrivo.

Ci parli della protagonista Teodora

Teodora Villasanta è una maestra precaria e appassionata, che si occupa di bambini con difficoltà; è un’idealista mossa da un forte desiderio di emancipazione, in aperto contrasto con lo spirito del suo tempo, che vorrebbe la donna relegata tra le mura di casa. Si indigna di fronte alle ingiustizie e non si arrende davanti alle difficoltà; ama i balli americani, detesta lo struscio e le formalità del corteggiamento.  La madre non si dà pace di saperla ancora nubile a ventisette anni, mentre il padre dà credito ai sogni della figlia, che, più di tutto, vuole lavorare ed essere indipendente.

Il suo rapporto con gli uomini è ancora in costruzione: ama sentirsi rispettata e trattata alla pari, apprezza la cultura e le affinità intellettuali, e i suoi sensi le mandano chiari segnali di rispondenza al fascino maschile; tuttavia si trattiene, spaventata all’idea che anche l’uomo più progressista possa alla fine chiuderla in gabbia.  Nelle vene di Teodora scorre il sangue della nonna, dalla quale ha ereditato un dono potente e antico, legato alla natura e alla sua magia, alle premonizioni oniriche e alla divinazione, un dono che da un lato la rende orgogliosa, dall’altro la lascia perplessa, in ogni caso la induce a tenere per sé il suo segreto.

Quale atmosfera caratterizza la storia?

La narrazione è attraversata da un’atmosfera di lievità fiabesca, ma non racconto un mondo inventato, come avviene nel fantasy; al contrario, tutto è molto reale e concreto, e, all’interno di questo contesto realistico, si inseriscono elementi inaspettati, che lasciano spazio all’irrazionale, inteso come legame con l’antico e con la natura. Ci sono poi atmosfere diverse, più lucide e ironiche, in particolare nelle pagine dove si affrontano, in trasparenza, argomenti di critica sociale.

Ho voluto scrivere una storia con la leggerezza della fiaba e la profondità dei temi senza tempo, mescolando i piani, per suggerire una riflessione senza perdere la leggerezza. Così, nel romanzo, il richiamo di un antico retaggio di streghe, con la sua atmosfera da fiaba antica, si intreccia con lo spirito degli anni Cinquanta del Novecento, affamati di futuro, e i due filoni narrativi si contaminano, facendo, della vicenda della protagonista, la metafora del crocevia fra passato e futuro, fra antico e moderno, fra campagna e città che caratterizza quegli anni della nostra storia.

Il libro contiene diverse tematiche fra cui la libertà, l’amore, le gabbie sociali, i sogni…

Ho ricostruito la realtà degli anni Cinquanta nella provincia dell’Italia settentrionale, contesto e sfondo delle vicende della protagonista. Siamo in un periodo di forte urbanizzazione e abbandono delle campagne, e ci sono importanti fermenti di novità: i primi passi della giovane Repubblica e della sua Costituzione, il voto alle donne, l’avvento del consumismo e di un benessere sconosciuto, la possibilità di immaginare nuovi stili di vita; ma c’è anche un vecchio mondo duro a morire, con tutta la resistenza e l’ostilità di un conservatorismo radicato, rurale e povero, di un analfabetismo diffuso, di una concezione arcaica della società e del ruolo femminile.

Il posto della donna nel mondo risente ancora del conformismo del ventennio fascista e dei suoi principi patriarcali, che la vedono solo moglie e madre, e qui si innesta il tema del rapporto fra uomini e donne, nella sua dimensione sociale ma anche privata, attraverso i sogni e le aspirazioni delle ragazze di allora; poi c’è la parte più pubblica, dai bambini difficili inseriti in classi scolastiche differenziali, alle forze dell’ordine che sono i fascisti di prima. Gli spunti di riflessione non mancano, ma, nel raccontare, ho usato soprattutto l’ironia, senza nessun intento saggistico.

Le opere che scrive presentano numerosi personaggi: come sceglele figure che popolano la sua narrativa?

I tipi umani sono molto interessanti e l’ispirazione per la creazione dei personaggi, inutile negarlo, è sempre la realtà; ma dalla realtà si possono rubare alcuni spunti, non la figura tutta intera; intorno a quelle suggestioni lavoro di fantasia, accentuando alcuni aspetti, modificandone altri, inventando qualcosa di sana pianta, quando è utile alla narrazione. Anche per i personaggi vale il principio “Show, don’t tell”, perciò cerco di presentarli come fossero attori che entrano in scena a teatro, ovvero in azione, indugiando il meno possibile sulla descrizione vera e propria e insistendo invece su quello che dicono o fanno e su come lo dicono o fanno: sulla comunicazione, in particolare, anche quella non verbale, lasciando che il lettore possa costruirsi la sua immagine del personaggio, colmando gli spazi bianchi che lascio. Mi pare che funzioni.

A chi consiglierebbe Il dono di Iris e perché?

A tutti, ovviamente! Non ho scritto pensando a un lettore ideale e non saprei identificarlo precisamente. Per me, la scrittura è uno spazio libero, come lo è la lettura: sono una lettrice onnivora e forse immagino che il mio lettore possa essere un po’ come me: curioso e aperto, uno che non legge soltanto un genere o solo gli autori noti, per intenderci. Il dono di Iris ha molte sfaccettature, è sicuramente l’ibridazione di generi diversi, quindi credo che lettori differenti possano trovarci qualcosa di intrigante. Scrivo storie che mi piacciono, metto in scena situazioni che mi permettono d’indagare un altro tempo e un altro luogo, rapporti e sentimenti, il riso e il pianto, le nascite e le morti, la vita, insomma. Nella scrittura metto la mia autenticità e credo che essere autentici favorisca l’originalità dell’opera. Forse scrivo quello che vorrei leggere; certamente scrivo per chiunque voglia leggermi.



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