Articolo di Andrea Sartore
In genere furono i più isolati, i “meno inseriti” a conservare questa forza. E fu il più isolato di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni. Il libro che la nostra generazione voleva fare adesso c’è, e il nostro lavoro ha un coronamento e un senso, e solo ora, grazie a Fenoglio possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita…”
Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino
– E’ partita più di un anno fa – gli dice – quando voi ragazzi avete messo su questa vostra guerra.
Milton l’ho sempre immaginato sabaudamente composto di fronte a quelle parole. La mente persa in qualche punto di quelle stanze abbandonate, alla vana ricerca di un dettaglio che lo riportasse a quel mondo. Le parole sono quelle della governante di casa, che echeggiano nelle pareti, lontane dalla malinconia di Milton, dalla sua ricerca di un tempo perduto fra le rovine di un amore abbozzato, forse mai nato, chissà. Ed è lì, in quelle conversazioni di rito, in quei cinque minuti funesti, con la guerra lasciata fuori dalla finestra ad attendere, che Milton scopre di Giorgio e Fulvia. Giorgio è un suo amico, partigiano come lui. Che ha continuato a vederla, di nascosto, da solo.
– Con lei io stavo tranquilla – dice la governante – parlavate sempre, per ore. O meglio, lei parlava e Fulvia ascoltava.
E con Giorgio? Cosa faceva Fulvia con Giorgio? Silenzio. Tornavano tardi. Una volta è persino tornata sola, a mezzanotte.
Da fuori la voce di Ivan riporta Milton alla dura realtà, facendo scoppiare la bolla. C’è una guerra oltre quei ricordi, una realtà fatta di fatica, di attesa, di movimento, di uomini ridotti all’ablativo. E’ da qui che inizia davvero il viaggio di Milton alla ricerca della verità.
Un viaggio che passa nel ventre molle di un paese diviso dall’8 Settembre. Un viaggio solitario, incondivisibile come l’esperienza di guerra, come le sofferenze fisiche e mentali, le attese, le speranze tradite, la fiducia e il sospetto della gente che li circonda e li scruta, nascondendoli agli occhi di tutti.
E’ un viaggio che potesse prescindere dalla guerra contro i fascisti sarebbe rappresentabile in una linea retta, pulita, geometrica, da un punto A (quella rivelazione innocente della governante) a un punto B (Giorgio o Fulvia: ma conoscendo Milton, e forse conscendo un pochino Fenoglio e il suo territorio, propendo per Giorgio più che per Fulvia).
La guerra però ingloba lo spazio e lo permea fino a cancellarne i connotati, fino a rendere indistinguibile le sofferenze private da quelle pubbliche. E allora una semplice linea retta si trasforma in un fiume tumultuoso, che di passo in passo, di scoperta in scoperta trascende la semplice “questione privata” e si intreccia al destino di altri, testimoni inconsapevoli dell’erosione e dell’interconnessione dell’agire umano. Un piccolo domino di centotrenta pagine. Giù di lì.
Una questione privata è un libro da leggere tutto d’un fiato, perché Fenoglio è vero come forse nessuno. Perché in questo racconto non c’è pedagogia, non c’è retorica, non c’è volontà di elevare nessuno. Perché i dialoghi di Fenoglio sono quanto di più violentemente umano ci sia dato di osservare. Perché il viaggio di Milton è una postura nei confronti della verità. Perché inseguire il passato è una slavina, è un gioco a perdere, una matrioska infinita ma esiste. Lui è lì, nelle notti di Giorgio, incastrato negli occhi di Fulvia, chissà dove, lontana anni e luce dalle sofferenze di Milton, da ciò che lo muove.
E’ un libro da leggere nonostante l’incompiutezza, anzi, in ragione di essa. Perché solo l’imperfezione riesce ad essere sensuale fino all’estremo, tracciando un limite inviolabile dove l’occhio non riesce e non può arrivare, stimolando un senso di frustrante fantasia. Perché così vuole la struttura della vita, così dovrebbe – forse – voler la letteratura.
In ultimo, e per ultimo, dico una cosa. Soltanto per preparare chiunque lo leggerà per la prima volta. Il penultimo capitolo di questa meravigliosa storia è un pezzo di letteratura magistrale. E’ una storia dentro una storia, un piccolo gioiello, uno stacco di montaggio dalla scena principale a un paesaggio periferico, con una tragicità, un senso di impotenza, un’inevitabilità che non potrà non sarchiarvi per sempre. Riconoscetela, rileggetela, riapritela quando vorrete ricordare quanto è grande Fenoglio.
“Non poteva più vivere senza sapere, e, soprattutto, non poteva morire senza sapere, in un epoca in cui i ragazzi come lui erano chiamati più a morire che a vivere”
Una questione privata, Beppe Fenoglio
